18a) Bruno. Il rapporto con Copernico.

Ne La cena delle Ceneri Bruno manifesta la sua opinione su
Copernico. Si tratta di un grande astronomo, superiore a quelli
che lo hanno preceduto. Ma la sua grandezza sta anche nell'essere
stato come l'aurora, che ha preceduto il sole dell'unica e vera
filosofia.

G. Bruno, La cena delle Ceneri, Dialogo Primo (pagina 41).

Smitho. Di grazia, fatemi intendere, che opinione avete del
Copernico?.
Teofilo. Lui avea un grave, elaborato, sollecito e maturo ingegno;
uomo che non  inferiore a nessuno astronomo che sii stato avanti
lui, se non per luogo di successione e tempo; uomo che, quanto al
giudizio naturale,  stato molto superiore a Tolomeo, Ipparco,
Eudoxo e tutti gli altri, ch'han caminato appo i vestigi di
questi. Al che  dovenuto per essersi liberato da alcuni
presuppositi falsi de la comone e volgar filosofia, non voglio dir
cecit. Ma per non se n' molto allontanato; perch lui, pi
studioso de la matematica che de la natura, non ha possuto
profondar e penetrar sin tanto che potesse a fatto toglier via le
radici de inconvenienti e vani principii, onde perfettamente
sciogliesse tutte le contrarie difficult e venesse a liberar s
ed altri da tante vane inquisizioni e fermar la contemplazione ne
le cose costante e certe. Con tutto ci chi potr a pieno lodar la
magnanimit di questo germano, il quale, avendo poco riguardo a la
stolta moltitudine,  stato s saldo contra il torrente de la
contraria fede, e bench quasi inerme di vive raggioni,
ripigliando quelli abietti e rugginosi fragmenti ch'ha possuto
aver per le mani da la antiquit, le ha ripoliti, accozzati e
risaldati in tanto, con quel suo pi matematico che natural
discorso, ch'ha resa la causa, gi ridicola, abietta e vilipesa,
onorata, preggiata, pi verisimile che la contraria, e
certissimamente pi comoda ed ispedita per la teorica e raggione
calculatoria? Coss questo alemano, bench non abbi avuti
sufficienti modi, per i quali, oltre il resistere, potesse a
bastanza vencere, debellare e supprimere la falsit, ha pure
fissato il piede in determinare ne l'animo suo ed apertissimamente
confessare, ch'al fine si debba conchiudere necessariamente, che
pi tosto questo globo si muova a l'aspetto de l'universo, che sii
possibile che la generalit di tanti corpi innumerabili, de' quali
molti son conosciuti pi magnifici e pi grandi, abbia, al
dispetto della natura e raggioni che con sensibilissimi moti
cridano il contrario, conoscere questo per mezzo e base de' suoi
giri ed influssi. Chi dunque sar s villano e discortese verso il
studio di quest'uomo, che, avendo posto in oblio quel tanto che ha
fatto, con esser ordinato dagli di come una aurora, che dovea
precedere l'uscita di questo sole de l'antiqua vera filosofia, per
tanti secoli sepolta nelle tenebrose caverne de la cieca, maligna,
proterva ed invida ignoranza; vogli, notandolo per quel che non ha
possuto fare, metterlo nel medesmo numero della gregaria
moltitudine, che discorre, si guida e si precipita pi per il
senso de l'orecchio d'una brutale e ignobil fede; che vogli
computarlo tra quei, che col felice ingegno s'han possuto drizzare
ed inalzarsi per la fidissima scorta de l'occhio della divina
intelligenza?.

G. Bruno, Dialoghi italiani, Sansoni, Firenze, 1972,  pagine 28-
29.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/1. Capitolo
Due.
18b) Bruno. Religione e scienza.
Il punto di vista di Bruno  posto in modo chiaro e netto: i testi
biblici non sono testi di filosofia naturale. Inoltre egli afferma
che il divino legislatore ha ispirato i libri sacri tenendo
conto del livello culturale della gente comune, non dei dtti.
G. Bruno, La cena delle Ceneri, Dialogo Quarto (pagine 40-41 e 52-
53).

Smitho: Perch la divina Scrittura (il senso della quale ne deve
essere molto raccomandato, come cosa che procede da intelligenze
superiori che non errano) in molti luoghi accenna e suppone il
contrario.
Teofilo: Or, quanto a questo, credetemi che, se gli Dei si fussero
degnati d'insegnarci la teorica delle cose della natura, come ne
han fatto favore di proporci la prattica di cose morali, io pi
tosto mi accostarei alla fede de le loro revelazioni, che muovermi
punto della certezza de mie raggioni e proprii sentimenti. Ma,
come chiarissimamente ognuno pu vedere, nelli divini libri in
servizio del nostro intelletto non si trattano le demostrazioni e
speculazioni circa le cose naturali, come se fusse filosofia; ma,
in grazia de la nostra mente ed affetto, per le leggi si ordina la
prattica circa le azioni morali. Avendo dunque il divino
legislatore questo scopo avanti gli occhi, nel resto non si cura
di parlar secondo quella verit, per la quale non profittarebbono
i volgari per ritrarse dal male e appigliarse al bene; ma di
questo il pensiero lascia a gli uomini contemplativi, e parla al
volgo di maniera che, secondo il suo modo de intendere e di
parlare, venghi a capire quel ch' principale.

G. Bruno, Dialoghi italiani, Sansoni, Firenze, 1972,  pagine 120-
121.
